Il suicidio di Mattia

L’adolescente di oggi vive in un mondo che inverte o interscambia il rap­porto tra valore e vita, tra immanenza e trascendenza, tra essenza ed esisten­za, tra verità  e apparenza. C’è un’innegabile complessità della condizione umana, una prismaticità della sua configurazione, una polivalenza problema­tica delle dimensioni che la inquietano, sorreggendola. Non è vero che gli adolescenti non sanno ascoltare, sanno porre orecchio e cuore, quando l’a­dulto sa declinare il suo tempo secondo le categorie emotive e relazionali.

La Storia di Mattia:
Ho chiaro il ricordo di Mattia, diciassette anni, quarto anno di Liceo nel College elvetico, presso cui avevo avuto un incarico come consulente psico­pedagogica. Qualche anno fa, mi era stato assegnato un ufficio bellissimo: il college, architettura futuristica, era inserito in un magnifico parco; ogni stu­dente poteva gestire i più efficienti laboratori informatici, spazi per il tempo libero attrezzati con giochi e zona wellness da fare invidia alle beauty farm alla moda nei migliori centri benessere. La mensa del College era sicuramen­te paragonabile alla sala da pranzo di un hotel a cinque stelle. Non mancava­no opere d’arte splendide a decorare le pareti dei vari spazi interni. La zona residenziale per gli studenti, camere e locali studio, erano improntate a note­voli codici estetici. La retta del College era altissima e di conseguenza sele­zionava allievi di censo elevato. Mattia: bellissimo aspetto, ma palesemente cresciuto più con le tecnolo­gie che con l’affetto, si era presentato nel mio studio richiedendo un collo­quio, ma si mostrava muto.
Le solite domande di rito.
« Ciao Mattia, frequenti il terzo anno, quindi sei nel College da tre anni?»
« Si »
« Dove abiti? »
« Su una barca »
« Cioè? »
« Mio padre ama le imbarcazioni, ogni anno cambia la barca. Io torno ogni 15 giorni dal College, il Venerdì sera e ritorno in Collegio la Domenica sera. I giorni che passo con mio padre, siamo in navigazione e io mi annoio, né posso passare i fine settimana qui al College, perché sarei l’unico ».
Mattia, quando parla non gesticola: la sua è una richiesta d’ascolto.
« Parlami della tua famiglia. »
« Mio padre … », e si lasciava andare in confidenze liberatorie, con gran­de carica emotiva. Non ebbi più modo di vedere Mattia, avevo comunque maturato la convinzione che stesse vivendo un profondo disagio personale, familiare e sociale. Da quel breve discorso di Mattia, emerse che il padre, una figura di riferimento dei suoi vissuti, era colui che tendeva a procrastinare il momento in cui il figlio dovesse diventare “altro da sé”, accentuandone la forzata infantilizzazione. Per Mattia era una grande fatica il ricondurre ad equilibrio il vortice caotico delle sue pulsioni, della sua disperazione, della sua insoddisfazione,  della sua incapacità di comprendere una realtà spesso ostile, a volte inacettabile. Da quando i suoi genitori si erano separati, cioè da quattro anni, viveva col padre, imprenditore di successo. molto impegnato professionalmente, e altrettanto riconosciuto socialmente. Sino all’anno pre­cedente la figura della  nonna  paterna costituiva una “surroga” della figura materna, ma dopo la morte della nonna, il suo ambiente familiare era costi­tuito dal padre, impegnato nei  suoi  business e dal giro delle sue amicizie femminili. Il ruolo di padre, per il padre di Mattia, si esauriva nella scelta di un college svizzero d’elitè e di tendenza, di viaggi in barca con i suoi amici e col figlio, e con un rapporto dominato dal silenzio e dall’ipocrisia.
Ugo Sciascia, a proposito della sua adolescenza, si esprimeva così:
Era un gioco inesauribile pensare su me stesso, sugli altri e su tutte le cose del mon­do, ma mi sentivo come un acrobata che si libra su un filo, guarda il mondo in una gioia di volo e poi lo rovescia, si rovescia, e vede sotto di sé la morte, un filo lo sospende su un vortice di teste umane e luci, il tamburo che rulla morte. (Sciascia, 1973) Ma l’acrobata per non cadere sull’arena del circo, ha bisogno che sull’al­tro trapezio vi sia qualcuno che sappia protendere le braccia e raccoglierlo nel suo volo. Ma Mattia non ha trovato due mani tese pronte a stringere forte e ad evitare la rovinosa caduta, su quell’arena della vita che per lui non ave­va misure di  sicurezza. Mattia aveva maturato, in quell’ultimo periodo al college, una particolare attrazione per un compagno, nell’età in cui il cuore inizia a pulsare all’impazzata per l’innamoramento, i battiti di Mattia accele­ravano per Riccardo. I compagni di classe avevano percepito tutto questo, e un gruppo di studenti aveva iniziato una serie di derisioni ironiche nei con­fronti dei due innamorati. Ma Mattia è in preda al bisogno di confidare un segreto e di riceverne approvazione, ha paura e vergogna del giudizio degli adulti, ha vergogna e paura del giudizio di suo padre.
A Mattia mancano interlocutori significativi: non riesce ad aprirsi, né al college, né a casa. Apprende dai mass-media che possedere significa essere, che il mondo è sostanzialmente ostile e che è meglio diffidare di tutti; che la libertà assoluta è essenziale nella vita, più che la liberazione dai propri con­dizionamenti esteriori ed interiori, che la continua novità è condizione per ri­manere sempre giovani, e che le fedeltà è privazione. A Mattia passa il mes­saggio che il  successo è l’unico vero fine dell’uomo, che il mondo va in modo manicheo, diviso tra buoni e cattivi e che distruggere il cattivo è l’uni­co modo per superare i problemi. A Mattia passa il messaggio che la realtà può essere semplificata e che la spettacolarizzazione dei sentimenti più intimi è liberatoria e va esibita con disinvoltura, che l’essere volgari e trasgressi­vi significa non avere inibizioni, e che il sesso va agito più che vissuto. Ma Mattia riflette, gioca sul trapezio della sua vita, cade, non trova mani per sal­varlo. A Mattia, il padre aveva negato tutti i progetti per una possibile appar­tenenza emotiva: nessun amico in barca con lui, nessun permesso per passare qualche week-end con il suo amico del cuore come ospite, vergogna e ridico­lizzazione espressi dal padre per quell’espressione di fortissimo affetto nei confronti di Riccardo, e per quella confessione faticosa di sentirsi  diverso dagli altri, pretese di profitto massimo in tutte le discipline didattiche, e an­cora minacce per quel sentimento omosessuale, unidirezionale, che Mattia stava provando. Mi torna in mente quel meraviglioso film L’attimo fuggente, dove uno straordinario docente di letteratura, con una stupefacente capacità seduttiva, offriva ai suoi studenti un percorso di appartenenza, attraverso la comunicazione di una passione. Nel film, c’è un ragazzo a cui il padre nega tutti i progetti per una possibile appartenenza emotiva, dal giornalino scola­stico, al far parte della squadra di football, al gruppo degli amici poeti. E così nella vita, come nel film, sia Mattia,  che lo studente dell’Attimo fuggente, constatano la perdita di senso della realtà. Lo studente dell’Attimo Fuggente si uccide. Mattia si uccide.
Il filosofo Galimberti esprime la seguente riflessione:
So che la prevenzione al suicidio degli adolescenti non rientra nei programmi ministeriali della nostra scuola, ma non sono pochi i giovani che si tolgono la vita o ten­tano di farlo. Ci provano di più le ragazze, riescono a farlo con più determinazione i ragazzi. Quando non se ne vanno muti, per la sfiducia nell’ascolto da parte degli adulti, una sfiducia che hanno sperimentato nella loro breve esistenza, abbandonano nei loro cassetti messaggi come questo di una quindicenne suicida, che largamente lasciavano presagire: “A che serve tutto questo? Mi guardo intorno e tutto quello che riesco a vedere è una scuola e un mondo che possono andare avanti senza di me. Sono venuta al mondo per caso. La mia morte, ne sono sicura, non tarderà. Ho cercato tutti i giorni di capire il senso di tutto questo, ma non c’è senso. Anche se le guerre sono state già combattute, la mia battaglia deve ancora venire. Quando chiu­do gli occhi il dolore si scioglie, quando li riapro di nuovo il dolore riemerge. Ho cercato di non strillare, non sarebbe comunque servito a nulla, sono persa in questa folla. Non potete far finta di non vedere. Ma sopravviverò finché la mia vita mi ri­marrà appiccicata addosso”. (Galimberti, 2008)
Giacomo Leopardi ha scritto: “A me la vita è male”. Il suicidio, inteso come modo per uscire dalla vita, nasce dalla convinzione di aver perso ogni possibilità di essere amati ed accettati e dalla fantasia di trovare una libera­zione da una situazione insostenibile. Per lo studente del film L’Attimo fug­gente e per Mattia, la morte, paradossalmente tende ad assumere un significato liberatorio come di un luogo liberato da “mala vita”. Mancanza di sicu­rezza ? Bisogno di essere amati,  bisogno di essere accettati? Confusione di identità? Sofferenze, depressioni,  disadattamento: sono volti di un’adole­scenza inquieta. Nell’adolescenza le insidie sono ovunque, e numerosissimi possono essere i conflitti che ne derivano. Il contrasto tra una richiesta libidi­ca intensa e scarsi modelli di identificazione, in una società che, contro ogni apparenza, è sempre più coercitiva e infantilizzante,  può creare gravissime situazioni di pericolo per l’adolescente. Quanti sono i giovani che fuggono nella scorciatoia apparente della sintomatologia dissociale  verso forme di psico-sociopatie diversamente strutturate? Adolescenti ansiosi, con  disturbi nevrotici, ossessivi, depressivi, si vestono di personalità rigide, complicate, disadattate. Quali azioni donano senso all’essere adolescente? Non sicuramente i ge­sti aggressivi, le lesioni dell’altro da sé, i digiuni anoressici ed egosintonici, le  abbuffate bulimiche, seguite da rigurgiti laceranti, la distruttibilità o la prevaricazione dell’altro, l’assunzione di droghe tanto per concedersi un sen­so di  padronanza, rispetto alle vicissitudini interiori. Quante volte, specie nell’ambito scolastico, gli adolescenti con disturbi borderline si connotano per anomalie della condotta, difficoltà di integrazione, scarsi controlli pulsio­nali e incostanti giudizi di realtà. Adolescenti con gravi disturbi psicotici di­mostrano incoerenza di pensiero, perdita del controllo critico, produzione di idee deliranti e di fenomeni allucinatori, auto ed etero-aggressività ed isola­mento sociale nei rapporti con le altre persone.

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