L’anoressia di Tamara

Tamara frequenta la quinta ginnasio: la sua adolescenza ruota soltanto at­torno al cibo, alle calorie, al peso corporeo. È una ragazza meticolosa, pro­pensa all’attività intellettuale, esperta nel campo della dietetica, con l’osses­sione del cibo e della magrezza. Nel giro di un anno, Tamara va incontro al­l’anoressia, evento emblematico di un comportamento trasgressivo adolescenziale, e non solo lacerante disturbo alimentare. Grande è la quota di do­lore che investe i suoi familiari, debole la proposta di aiuto, che sa offrirle la scuola.

Considerazioni:
Esiste per Tamara solo il valore della dieta-ferrea, esasperata, il valo­re di un corpo  magrissimo, come modello imposto da una pseudo-cultura dell’apparenza.  Certamente non si può accreditare l’anoressia a semplice meccanismo imitativo di modelli socialmente premianti. La visione spettrale di un corpo magrissimo e scheletrico è indice di grave disagio, esprime il do­lore di una persona disposta all’estremo sacrificio, per raggiungere un obiet­tivo che sicuramente non è solo quello della somiglianza a star del cinema o della TV. Perché rifiuta il cibo? Il nutrimento è il primo canale di comunica­zione tra la madre e il neonato, per questo costituisce l’epicentro di angosce profonde, proprio da parte della madre. È consequenziale, dunque, che l’ano­ressia, con il suo sistematico rifiuto del cibo, sia un’azione identificabile alla distruzione simbolica del ruolo della madre, come nutrice dei suoi piccoli. C’è chi parla del “mito del gene ribelle”, che nasce da una profonda inimici­zia, verso qualunque elemento interiore, e cerca nell’ambiente,  nel corpo, perché non nei sentimenti, nelle relazioni, nella mente, l’origine del dolore, che si esprime nella parossistica ossessione del corpo magrissimo, un corpo malato per effetto della mente. Scrive Domenico Starnone che la nascita è un abbandono, così come la morte (Starnone, 1994). La vita allora è forse un allenamento all’abbandono. Nel film Denti tratto dall’omonimo romanzo di Starnone, e nella frase sopra citata, il  protagonista fa riferimento ad un passaggio: l’abbandono quindi equivale al veicolare la propria situazione esistenziale verso nuove rotte. E proprio queste nuove mete sono dense di paura e di incertezze, tali da deter­ minare una difficoltà al cambiamento.

Dal diario di Tamara:
Mia madre sta diventando un incubo. Mi ossessiona quando la sera ceniamo insie­me: io, lei, mio padre e mia sorella. Ieri ha esordito in una scenata isterica; mio pa­dre era appena rientrato da un meeting di lavoro tenutesi a Vilnius, all’istituto di sclerosi multipla. Mi ha obbligato a mangiare quattro fusilli. Sono corsa in camera mia, gonfia, grassa, lo specchio mi ha rimandato l’immagine della mie cosce grosse e della mia pancia ingrossata. Domani andrò a scuola a piedi, digiunerò. Non man­gerò per una settimana. Ma so parlare con i miei genitori? E con le mie amiche? Sono stanca di sentire risposte semplici e cretine alle mie domande complesse. Lo psicologo di orientamento sistemico che prenderà in cura Tamara, dirà che è difficile differenziare grossolanamente, di fronte a un caso di anores­sia, psicosi e nevrosi, normalità e follia. A metà anno scolastico, Tamara non sa  reggersi in piedi, è costretta ad un ricovero d’emergenza. Passa da un ospedale all’altro: trattamenti farmacologici, supporti psicologici. Tamara si confida con una sua amica:
Sono stanca di rimanere in questi orribili posti; la notte mi spaventa la pila delle in­fermiere puntata contro gli occhi, di giorno mi fanno parlare con una psicologa che scandaglia tutta la mia infanzia, i medici invece sono ossessionati dal controllo del peso e dalla preoccupazione che le mie vene non ricevono più la flebo. Mi stanno somministrando farmaci per via enterale, immettono sostanze nel mio circolo san­guigno, e per via parenterale, direttamente nel mio… Tamara mi ricorda un film di Bellocchio: Il sogno della farfalla che evo­ca l’idea di un sogno come desiderio e della metamorfosi del bruco per giun­gere alla bellezza e leggerezza eterea. La metamorfosi è quella di Tamara, che con enorme  forza di volontà, vuole giungere all’ideale di perfezione, così come il suo io l’ha elaborato, e ad una sorta di un severo autocontrollo come barriera all’altro ed ostacolo alla liberazione delle proprie pulsioni. Il cibo viene rifiutato, in quanto può minare l’ideale della perfezione. An­che le cure farmacologiche obbediscono al divieto di Tamara, affinché il suo corpo rimanga puro. L’anno scolastico registrerà gli ultimi giorni di lezione con l’assenza di Tamara, non solo dalla sua scuola, dalla sua classe, ma dalla sua vita. Il pa­dre di Tamara, illustre radiologo ebbe a confidarmi la sua disperazione, per non aver potuto correggere l’atteggiamento troppo rigido della figlia verso se stessa, forse una maschera delle sue frustrazioni, ed il dramma di non aver mai saputo comunicare con lei. Disse:
« Ho usato denaro, successo, cibo. Con Tamara ho usato soprattutto la mia assenza: non posso perdonarmelo ».

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