Indagine nazionale sul bullismo

Prefazione

L’attenzione che i media hanno riservato nel corso dell’ultimo anno ad alcuni episodi particolarmente gravi di bullismo verificatisi all’interno delle scuole del nostro Paese, e l’emergere del fenomeno del cyberbullismo, ovve­ro di atti di bullismo e di molestia effettuati o diffusi tramite mezzi elettroni­ci, hanno contribuito a porre sotto i riflettori dell’opinione pubblica un tema, non certo inedito, ma oggi particolarmente sentito.

L’indagine sul bullismo a livello nazionale

Rispetto a una recrudescenza del fenomeno, il Ministero della Pubblica
Istruzione ha deciso di operare per comprendere meglio la dimensione e le caratteristiche del problema, costituendo una apposita Commissione Bulli­smo all’interno della Commissione Legalità ed emanando, lo scorso 5 feb­ braio, la Direttiva “Linee di indirizzo generali ed azioni a livello nazionale per la prevenzione e la lotta al bullismo”.
Con la Direttiva, oltre a dare conto di quanto stava avvenendo all’interno delle scuole e ad invitare i singoli istituti ad intervenire inserendo adeguati strumenti sanzionatori all’interno dei propri regolamenti interni, si è dato il via ad alcune iniziative quali gli Osservatori regionali sul bullismo presso gli  Uffici Scolastici Regionali, un numero verde di ascolto, consulenza e prevenzione ed un sito web.

L’esperienza di circa un anno di lavoro degli Osservatori e del numero verde ha confermato l’emergenza del fenomeno, evidenziando altresì la ne­cessità di disporre di dati statistici condivisi a livello nazionale e territoriale
anche al fine di effettuare una mappatura del bullismo per ordine di scuola, territorio, tipologia delle sue manifestazioni.
Negli ultimi anni, infatti, il bullismo è stato oggetto di diverse ricerche che si sono occupate prevalentemente della sua dimensione qualitativa e psi­cologica, o comunque, della diffusione in porzioni ristrette di territorio.

Non esistono studi recenti sulla consistenza del fenomeno a livello nazio­nale, regionale e provinciale, che consentano di mettere in campo politiche ed interventi differenziati sulla base dei bisogni espressi dai singoli territori.
Per colmare questa lacuna, il Ministero ha deciso di realizzare la prima indagine nazionale sul bullismo che ha l’obiettivo di ricostruire caratteristi­che ed entità del fenomeno a partire dalle opinioni dei diretti protagonisti. Quale prima fase propedeutica ad una rilevazione presso le scuole che resti­tuirà i contorni del fenomeno nelle diverse situazioni territoriali, il Censis ha realizzato un’indagine presso i genitori, i cui risultati vengono presentati nel­le pagine che seguono. Approfondimenti successivi a più largo raggio riguar­deranno gli studenti e gli insegnanti.

Il primo dato che emerge dall’indagine riguarda la massiccia consistenza e la diffusione di un fenomeno che non può essere considerato come sempli­ce bolla mediatica. Altissima, e pari al 49,9% del totale, risulta la quota di famiglie che se­ gnala il verificarsi di prepotenze di diverso tipo (verbale, fisico, psicologico) all’interno delle classi frequentate dai propri figli, con una diffusione che ri­ sulta elevata in tutti gli ordini di scuola, e particolarmente nella scuola se­ condaria inferiore dove raggiunge il 59,0% delle classi.

La frequenza delle segnalazioni è invece la stessa nelle quattro aree geo­ grafiche maggiori (si va da un massimo del 50,8% al Nord ovest, ad un mini­ mo del 48,3% al Nord est) e nei diversi centri abitati, con una leggera fles­ sione nelle aree urbane di dimensione medio-grande (nella città che hanno tra i 100 ed i 250.000 abitanti le famiglie che segnalano sono il 43,7% del to­ tale).

Un altro elemento che emerge dall’indagine è quello per cui, spesso, in uno stesso gruppo classe, i bulli tendono a combinare prepotenze di diverso tipo: infatti l’11,8% delle famiglie riferisce che nelle classi frequentate dai figli avviene solo uno degli atti segnalati; ma nel 20,9% segnalano almeno due o tre forme diverse di bullismo e nel 17,3% dei casi più di tre.
Entrando nello specifico delle singole azioni, i genitori nel 28,7% dei casi registrano offese ripetute ai danni di uno stesso alunno, nel 25,9% segnalano alunni che subiscono scherzi pesanti e umiliazioni, nel 24,6% riferiscono di casi di isolamento, nel 21,7% di botte, calci e pugni. I furti di oggetti perso­ nali si verificano nel 21,4% delle classi (con quote che raggiungono il 25,8% al Nord Ovest e il 24,1% al Centro).

Meno diffuse, ma comunque presenti, le nuove forme di bullismo note con il nome di cyberbullismo, che presuppon­ gono l’utilizzo della rete web e delle nuove tecnologie informatiche per far conoscere ad una platea quanto più vasta possibile l’accaduto. Il 5,8% degli intervistati dichiara che nella classe del figlio vengono fatte riprese e sono diffuse umiliazioni tramite cellulare;  il 5,2% sa di insulti inviati attraverso sms o per e-mail.

Analizzando i dati con maggiore profondità, si ha che in circa un quarto delle scuole elementari si verificano offese ripetute; nel 19,1% botte, pugni e calci; nel 19,6% isolamento. Alle scuole medie le percentuali aumentano: il 43,3% dei genitori riferisce di offese ai danni si uno stesso alunno; il 31,3% di botte, pugni e/o scherzi pesanti; il 27,3% di furti di oggetti personali. Alle scuole superiori si verificano soprattutto isolamento (25,3% dei casi) e scher­ zi pesanti (24,3%). Infine, il ciberbullismo è praticamente assente nelle scuo­ le elementari, mentre coinvolge oltre il 7% delle classi della media inferiore e il 6,1% di quelle della media superiore.

Il bullismo è fenomeno di gruppo, in cui, oltre al bullo/i e alla vittima/e è necessario che siano presenti altri componenti, ciascuno con il proprio ruolo. Studiosi ed esperti della materia sono concordi nello stabilire che, perché si possa parlare di bullismo e non di semplici prepotenze, è necessario che leazioni vengano compiute all’interno di un gruppo di pari e siano continuative e persistenti nel tempo.

Per cercare di capire se proprio di bullismo si trattasse, è stata inserita al­l’interno del questionario una domanda tesa ad evidenziare se i genitori si ri­ferissero ad episodi isolati o a fatti ripetuti: ebbene, il 46,7% delle famiglie ritiene che si tratti di fatti isolati, e dunque non classificabili come bullismo, mentre il  44,6% è convinto che si tratti di episodi che si sono ripetuti nel tempo e l’8,6% non è in grado di fornire una risposta. Da segnalare che il bullismo vero e proprio sembrerebbe essere maggiormente diffuso nei centri di minori dimensioni (46,5% di segnalazioni da parte di famiglie che vivono in città che hanno meno di 30.000 abitanti).
Circoscrivendo il fenomeno ai soli atti reiterati, la quota di famiglie che denunciano la presenza di bullismo nelle classi frequentate dai figli si riduce al 22,3% del totale.

La scena in cui si svolgono gli atti di prevaricazione in genere è la scuola:
il 51,8% dei genitori riferisce che gli episodi avvengono all’interno della classe (e l’esperienza insegna che possono avvenire nelle pause quando l’in­segnante è assente, ma anche davanti all’insegnante che non si rende conto di quanto sta  avvenendo); il 52,8% dichiara che avvengono in altri luoghi della scuola chiusi e meno sorvegliati (palestra, corridoi..); mentre nel 29,2% dei casi la scena delle prepotenze risulta essere il tragitto tra casa e scuola (in questi casi spesso i soprusi avvengono sui mezzi pubblici).

Evidentemente la percentuale di soprusi compiuti al di fuori delle mura scolastiche aumenta con il crescere dell’età dei figli (il 31,6% di chi ha figlisolo alle medie e il 24,6% di chi li ha alle superiori sa di episodi avvenuti nel
tragitto casa-scuola).
Ma come fanno i genitori ad essere a conoscenza di quel che succede a scuola? Nella stragrande maggioranza dei casi (77,8% del totale) sono statigli stessi figli a confidarsi, mentre è più raro che gli intervistati siano venuti
a conoscenza di quanto avveniva da altri genitori (10,8%) o da un insegnante(4,7%), o da un compagno di classe del figlio.

Quando  hanno  saputo  degli  episodi  che  avvenivano  nella  classe  del figlio/a, i genitori generalmente hanno reagito dando al ragazzo/a la possibi­lità di sfogarsi e di raccontare quanto stava succedendo (69,2%); molto nu­merosi sono anche quelli che hanno scelto di andare a parlare con gli inse­gnanti per capire che cosa stesse realmente accadendo e qual era la gravità dei fatti (40,3%, e la quota sale al 49,6% tra i laureati) o che hanno parlato con gli altri genitori per capire se fosse il caso di attivarsi in qualche modo (31,8%, con una punta massima del 37,6% tra coloro che hanno un titolo di studio più elevato). Circa un quarto degli intervistati, una volta venuti a co­noscenza dei fatti, hanno esortato il figlio a non frequentare i bulli (la quota è del 30,6% tra coloro che possiedono al massimo la scolarità dell’obbligo). Bassissima la percentuale di quelli che dichiarano di aver fatto finta di niente perché convinti che i ragazzi se la dovessero sbrigare da soli (7,7% del totale, atteggiamento che raggiunge la quota del 9,6% tra i genitori a più bassa scolarità) o che hanno pensato di far cambiare scuola al proprio figlio (4,5%).

I genitori dei bambini più piccoli sono quelli che, più degli altri, han­no sentito il parere degli altri genitori e dei docenti.
La drammatica situazione che emerge dalle interviste alle famiglie sareb­be il risultato di un fenomeno che è in continua crescita: il 68,8% degli inter­ vistati è convinto che negli ultimi tre anni gli episodi di bullismo nella scuo­la siano cresciuti, a fronte di un 27,8% che ritiene che siano stabili e di un 3,3% che ritiene che siano in diminuzione. Oggi sono soprattutto quelli che vivono nei centri di dimensioni piccole e medie e nelle aree del Centro-Sud a segnalare la crescita di un fenomeno che ha avuto inizio nei grandi agglome­rati urbani e nelle aree del Nord, per poi espandersi in maniera uniforme in tutto il paese.

Indubbiamente le convinzioni espresse nell’ambito dell’indagine sono il risultato di un mix di stimoli che non derivano esclusivamente dall’esperien­za diretta: a questo proposito l’indagine conferma come il bullismo sia un tema di rilevanza nazionale e come i mezzi di comunicazione di massa gio­chino un ruolo fondamentale nel diffondere e far conoscere gli episodi più gravi che avvengono nelle nostre scuole: l’81,4% dei genitori dichiara di es­sersi fatto un’opinione sul bullismo guardando le tv nazionali e il 41,6% leg­gendo i principali quotidiani. Difficile valutare se e in che modo le notizie più eclatanti abbiano influenzato le risposte fornite.

Molto importanti, per la formazione delle idee su questo tema, risultano anche le conversazioni con parenti e conoscenti (30,2%); mentre l’esperien­za diretta (che pure, come abbiamo visto coinvolge un gran numero di fami­glie) è segnalata dal 16,8% degli intervistati.
Secondo il 55,1% degli intervistati l’ordine di scuola in cui le prepotenze sono maggiormente diffuse è la scuola media inferiore; mentre per il 40,9% gli episodi sono più frequenti nelle classi delle scuole secondarie superiori; e solo il 4,1% ritiene che il bullismo sia diffuso principalmente alla scuola ele­mentare. Interrogati sulle caratteristiche del fenomeno, i genitori dichiarano che il  bullismo, oltre ad essere aumentato negli ultimi anni, è peggiorato quanto alla gravità degli atti compiuti, mentre è in diminuzione l’età media dei bulli. Inoltre, gli intervistati sono convinti che il bullo non provenga ne­cessariamente da una realtà familiare di povertà e di emarginazione, ma piut­tosto sia il portatore di un disagio sociale e relazionale, che può attraversare ogni strato sociale. Del resto, gli psicoterapeuti che in questi anni hanno af­frontato il problema e sono entrati in contatto con i bulli, descrivono soggetti affetti da senso di onnipotenza, impulsivi, aggressivi, dotati di scarsa capaci­tà di interagire con il gruppo dei pari.

Infine, le famiglie sono consapevoli dell’insufficienza degli strumenti che la scuola ha a disposizione per contrastare il fenomeno e richiedono il ricor­so a sanzioni più severe. In particolare:
– l’80,2% delle famiglie intervistate pensa che negli ultimi anni sia cre­sciuta e peggiorata la qualità degli episodi di bullismo;
– l’88,6% non è d’accordo sull’affermazione per cui i bulli crescono al­l’interno di famiglie povere e emarginate;
– il 74,3% ritiene che negli ultimi anni sia diminuita l’età media del bullo (e la cifra raggiunge il 77,7% al Nord Ovest e il 75,7% al Nord est);
– il 59,7% è convinto che gli insegnanti non abbiano gli strumenti per fer­mare i bulli (la percentuale è del 62,4% al Sud) e il 76,9% dichiara che la scuola dovrebbe punire severamente i bulli;
– infine, ai media è riconosciuto un merito: quello di avere diffuso le co­noscenze e la consapevolezza del fenomeno.

I motivi che spingono i giovani studenti a comportarsi da bulli chiamano in causa fortemente le famiglie di origine: infatti, secondo i genitori intervi­stati la responsabilità principale va ricercata nell’educazione ricevuta in fa­miglia (57,6% del totale). Presumibilmente il riferimento è a famiglie che se­guono poco i figli, che non si accorgono di quello che succede, che non han­no aiutato il bambino a costruire un senso di autostima, di fiducia negli altri, né la capacità di comunicare le proprie emozioni e i propri sentimenti.

Molto importanti, e strettamente collegati  con quanto appena detto, sono anche i problemi relazionali, per cui gli intervistati pensano che i bulli siano soggetti che hanno difficoltà ad inserirsi ed affermarsi nel gruppo dei pari e che han­no bisogno di attirare l’attenzione (51,4%); al terzo posto i genitori colloca­no l’imitazione delle scene di violenza viste in tv, al cinema, i videogiochi per cui (ed è questa un’altra ipotesi che è stata formulata negli ultimi anni) i bulli vivrebbero in una sorta di realtà virtuale ove tutto è permesso (32,7%). Meno probabile che il bullo sia un soggetto che è prepotente ed aggressivo per natura (24,7% delle risposte) o che faccia scontare ad altri quanto  lui stesso ha dovuto subire in famiglia o in altri contesti relazionali. Del tutto re­siduale risulta essere la quota di genitori che sostiene che le cause siano da ricercarsi nella incapacità degli insegnanti e dei dirigenti scolastici di affron­tare determinati problemi (9,1%).

Coerentemente con l’idea che il bullo è tale anche fuori della scuola e che la principale responsabile di determinati atteggiamenti e comportamenti che si pongono fuori dalle regole della convivenza civile sia la famiglia di origi­ne, gli intervistati sono convinti che l’intervento più efficace per contrastare il bullismo sia quello di coinvolgere le famiglie dei bulli (47,1%); al secondo posto, le famiglie ritengono che sarebbe importante fare maggiore ricorso a figure esterne di esperti quali psicologi, educatori (41,0%); mentre il 37,1% è convinto che sarebbe necessario attivare degli spazi di ascolto e delle atti­vità di prevenzione all’interno delle scuole e il 23,8% ritiene che occorrereb­be coinvolgere maggiormente gli insegnanti.

Non mancano, infine, quelli che richiamano la necessità di ricorrere a mi­sure punitive più drastiche, punendo severamente i bulli e espellendoli dalla scuola (18,1%) o riferendo quanto accade alle forze dell’ordine (14,0%).
Sulla fiducia nella capacità della scuola di proteggere i ragazzi dagli atti di  bullismo le famiglie si dividono: il 48% esprime fiducia nella capacità dell’istituzione scolastica, mentre il 52% ritiene che la scuola non sia in gra­do di proteggere i più deboli e di combattere il bullismo.

Infine, è importante segnalare come le singole scuole abbiano risposto positivamente e tempestivamente alla crescente attenzione sul bullismo e alla recrudescenza del fenomeno: il 22,6% delle famiglie dichiara che nella classe del proprio figlio/a negli ultimi tre anni sono stati realizzati dei pro­getti su questo  tema specifico, con punte del 25,8% al Nord ovest e del
25,1% al Nord est, laddove il fenomeno è comparso prima. A questi inter­venti andrebbero aggiunti quelli sempre più numerosi rivolti al personale della scuola, e in particolare ai docenti, per fornire loro le competenze più idonee per gestire il rapporto con il bullo e con il gruppo di cui fa parte.
Particolarmente elevata, e pari al 27,0% del totale, a conferma di un feno­meno che ha la sua massima manifestazione nell’età preadolescenziale, risul­ta essere la quota di classi della scuola media inferiore coinvolte in iniziative specifiche sul bullismo.

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