L’adolescente: soggetto di storia individuale e colletti­va

Prefazione

La nascita dal grembo materno è certamente il primo, ma non l’unico atto di nascita dell’individuo, poiché il processo di nascita continua.
Osservava Eric Fromm che:
In realtà noi dovremmo essere completamente nati quando moriremo, benché il tra­ gico destino della maggior parte degli uomini sia quello di morire prima di essere nati. (Fromm, 1977)
Chiamerei quindi “itinerario di nascita” quello di un adolescente, che si fa largo nei meandri della vita e che, ora per ora, giorno dopo giorno, co­struisce la sua personalità individuale e sociale, costitutiva della sua identità.

L’adolescente

All’adolescente, che deve essere coscientemente soggetto di storia individua­ le e collettiva, che deve saper sviluppare e costruire la propria vita, spetta il compito di impadronirsi di una chiave di lettura della realtà, di scoprire il si­gnificato del proprio essere e del proprio operare, senza cedere sotto il peso di condizionamenti e manipolazioni, di costruirsi un’identità vera ed originale. È veramente complesso questo “itinerario  di nascita”, crea processo e non ne è affatto scontato l’esito positivo. È così difficile l’“itinerario di na­scita” dell’adolescenza? Forse è oltremodo difficile essere adolescenti oggi, tra narcisismo e correlazione, tra il ripiegamento su di sé e l’apertura a rela­zioni proattive e propositive.
È difficile essere adolescenti oggi tra distruttività e creatività, tra una vita mai veramente vissuta ed una vita partecipata in tutte le sue manifestazioni. È difficile essere adolescenti oggi tra conformismo gregario ed individualità, tra l’incapacità di uscire da un’appartenenza soffocante e la capacità di rea­lizzare in una propria  sfera d’autonomia nei rapporti strutturanti. L’adole­scenza viene trascorsa e agita tra irrazionalità e “ratio”, cioè tra l’abbandono all’emotività, all’istintualità e la capacità oggettiva di vedere gli altri come effettivamente sono, senza distorsioni e paure. È difficile essere adolescenti oggi e “nascere” nel senso di Fromm, acqui­sendo la capacità di sintetizzare il molteplice, che si esperimenta. È proprio tra le patologie cliniche più gravi quella dell’Io diviso, come grave è l’auti­smo, che impedisce di realizzare una comunicazione strutturante, in assenza della quale si avvizzisce, si appassisce. Quante maschere nell’adolescenza! E quante maschere tra gli adolescenti disponibili a diverse biografie, a volte, dolorosamente senza nessun volto. È difficile essere adolescenti oggi, se non si supera ogni segmentazione che porta a sradicamento, frammentarietà, a dibattersi tra mondi vitali diver­si, a volte antitetici, quando si ha un’identità debole. Spesso gli adulti depre­cano contro adolescenti intolleranti, arroganti, maleducati, irrispettosi dei di­ ritti degli altri, narcisisti, dediti alla scoperta di nuove sensazioni, prevarica­ tori, ribelli, al limite della legalità, privi di etica, magari solo legati all’etica del consumo, insicuri,  esaltati o depressi, con grandi lotte o, soggiacenti a sensazioni di disagio e di impotenza. Ma queste caratteristiche non connota­ no forse anche le generazioni  adulte? Com’è questa nostra società, questo habitat pluralistico, complesso, difficile da vivere e da decifrare? La nostra è una società in cui predomina la molteplicità dei modelli, è una società insta­bile che abbisogna di continue  mutazioni e di frequenti adeguamenti. È chiassosa, caotica, incontrollata, è una società in cui il fare è predominante sul pensare, l’avere sull’essere, è la società  che illumina la gratificazione personale come mission che supera ogni qualità in campo relazionale.

Osserva Franco Volpi:
Oggi i riferimenti tradizionali – i miti, degli dèi, le trascendenze, i valori – sono stati erosi dal disincanto del mondo. La razionalizzazione scientifico-tecnica ha prodotto l’indicibilità delle scelte ultime sul piano della sola ragione. Il risultato è il politei­smo dei valori e l’isostenia delle decisioni, la stessa stupidità delle prescrizioni e la stessa inutilità delle proibizioni. Nel mondo governato dalla scienza e dalla tecnica l’efficacia degli imperativi morali sembra pari a quella dei freni di bicicletta montati su un jumbo. Sotto la calotta d’acciaio del nichilismo non v’è più virtù o morale pos­sibile. (Volpi, 2004, 175)

Osserva Umberto Galimberti:
Il paradigma tecnico-scientifico, infatti, non si propone alcun fine da realizzare, ma solo dei risultati da raggiungere come esiti delle sue procedure. Questa abolizione dei fini destituisce, fin dalle sue fondamenta, ogni possibile ricerca di senso per quel tipo d’uomo, l’occidentale, cresciuto nella “cultura del senso”secondo la quale la vita è vivibile solo se inscritta in un orizzonte di senso. A questo tipo di domanda la tecnica non risponde, perché la categoria del senso non appartiene alle sue competenze. Ma siccome oggi la tecnica è diventata la forma del mondo, l’ultimo orizzonte al di là di tutti gli orizzonti, le domande intorno al senso vagano affannose e senza risposta, in una terra ormai abbandonata dal suo cielo che ospita l’evento umano come qualsiasi altro evento. (Galimberti, 2007, 18) La tecnica, dice il filosofo Galimberti, non tende ad uno scopo, né pro­ muove un senso, non svela la verità: la tecnica funziona. E poiché il suo fun­zionamento è planetario, finiscono sullo sfondo, i loro contorni corrosi dal nichilismo, i concetti di individuo, identità, libertà, salvezza, verità, senso, scopo,  natura, etica, politica e religione. Il nichilismo affermerebbe Nietz­sche, sta nel fatto che i valori supremi perdono ogni valore, e che un’epoca finisce perché non crede più in ciò che l’aveva promossa ed ammirata.

Os­serva Nietzsche:
L’uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo, ora a quel valore, per poi la­sciarlo cadere. Il circolo dei valori, superati e lasciati cadere, è sempre più vasto. Si avverte sempre più il vuoto e la povertà di valore. Il movimento è inarrestabile, seb­ bene si sia tentato in grande stile di rallentarlo. Alla fine l’uomo osa una critica dei valori in generale; ne riconosce l’origine, conosce abbastanza per non credere più in nessun valore: ecco il pathos, il nuovo brivido. Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli. (Nietzsche, 1887, 266) Ma tra una sorta di nichilismo ed un coacervo di elementi di rischio per il processo di formazione della personalità dei giovani, c’è chi sottolinea ele­menti di positività, riduzione di condizionamenti espressi da un costume le­gato da forti  pregiudizi, una più fresca spontaneità nei comportamenti non legati ad eccessivi autoritarismi familiari e sociali, un più aperto dialogo in­terculturale, la maggior comprensione dei propri diritti personali e sociali da diversi e non tanto da declamare, maggiori stimoli di partecipazione alla vita sociale anche in virtù di una reciprocità costruttiva (penso alle attività di vo­lontariato che coinvolgono tanti adolescenti).

Gli adolescenti di ieri, pur im­mersi nelle problematicità e nelle difficoltà proprie di un’età di transizione, hanno vissuto un processo formativo  sicuramente più semplice, pur con la presenza di pericoli e deviazioni, ma solo perché la realtà sociale si presenta­va molto più statica, ed i valori tradizionali erano universalmente accettati, con binari educativi chiaramente tracciati. In una società omogenea, la chia­ve di lettura della vicenda umana, era più facilmente individuabile e consen­tiva un impatto più dolce e meno traumatico, con la realtà, gradualmente conosciuta.

Oggi l’adolescente è perso, è un sognatore malato che si dibatte tra messaggi e proposte di senso spesso contraddittorie, nel vortice disorientante di una storia accelerata, tra complesse e continue modifiche della realtà so­ciale. Gli adolescenti devono diventare protagonisti della storia, lo sanno, lo intuiscono. Rivendicano il bisogno di punti di riferimento forti, non di perso­nalità fragili, impegnate in relazioni di superficie, rivendicano la necessità di affrontare momenti costruttivi di vita interiore, sono desiderosi di ascolto e c’è chi sceglie di non di stordirsi nel rumore, né di mescolarsi ad una società vociante senza capacità di dialogo. C’è, tra gli adolescenti chi cerca spirito critico, chi vuole il percorso di fatica per costruire un progetto significativo per sé e per gli altri; c’è chi non ama essere funzionale ad un certo tipo di so­cietà tecnologica, e chi desidera essere cosciente protagonista della propria complessità sociale: sono richieste di aiuto. Dare risposte di senso per uscire dal nichilismo e per diventare soggetti di storia, diviene compito faticoso, ma irrinunciabile, della funzione educativa.

Una funzione  educativa, che esige un’educazione della volontà, alla capacità di ascolto, al pensiero critico, alla libertà, alla gestione del conflitto, alla legalità. Sono certa  che la funzione educativa non richieda un’integrazione in un modello culturale e in un ruolo sociale predeterminato; esige invece lo sviluppo della sua capacità di coniu­gare pienezza di personalità e compiutezza di socializzazione. Educare l’a­dolescente alla volontà, significa avviarlo all’autonomia della responsabilità delle sue azioni, alla buona e corretta gestione della propria libertà, alla fati­ca per il superamento del contingente, in virtù del conseguimento di un fine. Mantenere e sviluppare adeguatamente la propria identità, esige la capacità di passare da motivazione al comportamento orientante solamente da influssi estrinseci, a orientamenti radicati su motivazioni intrinseche.

G. Acone ha utilizzato tre significative metafore per identificare l’adole­scenza, nell’ultimo arco temporale: quella di Prometeo, di Narciso e di Peter Pan (Acone, 1994). Prometeo è metafora, che indicava nei giovani addirittu­ra una  sorta  di nuovo e radicale soggetto comico-storico, capace di porsi come nuova classe e di produrre non solo ideologia (pensiero puro) ma an­ che storia radicalmente e qualitativamente nuova. Narciso è metafora che co­glie l’innamoramento inconscio dei giovani per la propria immagine riflessa nei troppi “specchi” della società complessa differenziata, una sorta di accar­tocciamento intimista-libidico sulla propria identità imperfetta, vissuta come prevalente esistenza corporea. Peter Pan è la metafora che tende a cogliere il metalogico allungarsi  dell’infanzia–adolescenza in una cultura che, struttu­ ralmente, ritarda alcuni processi di maturazione e di inserimento nella socie­tà adulta, e che si trova con soggetti che non vogliono e non sanno più cre­ scere e volare.

Lo stesso Acone osserva:
L’adolescenza post-moderna sembra non finire mai, mentre i concetti di paternità e maternità educante scontano la perdita di centralità dell’educazione familiare travol­ta subito da “contesto” in cui la precocizzazione di alcuni processi di autonomia-in­ dipendenza giovanile pone i ragazzi. Da un lato, la figura del padre dei ceti medi della nostra società è sempre più vicina alla metafora collodiana di Geppetto: una paternità come ricerca incessante di un figlio introvabile; d’altra parte, la maternità sconta una sorta di “spiazzamento” di valore, rispetto alla tradizione umanista (abor­ to, genetica, artificialità tecnica del nascere). (Acone, 1994)

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