Microcriminalità giovanile

Prefazione

I lavori di ricerca sul disagio adolescenziale fanno emergere due tipi di personalità più facilmente influenzabili:
adolescenti, soprattutto ragazze, che dimostrano fragilità personale e inade­guatezza nella elaborazione dei conflitti e delle modalità aggressive; adolescenti con  modalità aggressive nei confronti del mondo esterno, che non favoriscono alcun adattamento sociale.

Le condizioni socio economico culturali della famiglia costituiscono un fattore fortemente influenzante nello sviluppo dell’adolescente. Il giovane va interrogato rispetto all’adulto che potrebbe diventare.

Le relazioni disadattate e disturbate nell’adolescenza

Alcuni tratti della per­sonalità creano un terreno favorevole all’emergere della violenza: impulsivi­tà, instabilità emotiva, eccitabilità, intolleranza alla frustrazione, bisogno di gratificazioni immediate. Personalità insicure con scarsa stima di sé e avide di affermarsi e di imporre il proprio volere, possono ricorrere alla violenza. Questi tratti lasciano prevedere un rischio, ma da soli non sono sufficienti a produrre  violenza. Altri fattori aumentano questa disposizione individuale: precedenti violenti; il peso della storia personale; il consumo eccessivo di al­cool e droghe e il loro effetto disinibente; alcuni disturbi della personalità di tipo nevrotico, psicotico o borderline (le personalità borderline sono quelle “ai limiti”, caratterizzate da difficoltà nelle relazioni sociali); alcune patolo­gie mentali come la schizofrenia e la paranoia.

Il disagio può essere descritto come una condizione legata a percezioni soggettive di malessere, il disadat­tamento si esprime oggettivamente come relazione disturbata con uno speci­fico ambiente, mentre la devianza si manifesta come un comportamento che infrange visibilmente una norma.

Lo psichiatra Vittorino Andreoli, che da molti anni si interessa delle pro­blematiche del mondo adolescenziale, afferma che il problema sorge “quan­do quel senso di mal d’essere, quella sensazione negativa dell’esistere, di­venta paura, paura di esistere” (Andreoli, 2007).

Così, afferma Andreoli:
Nasce l’aggressività contro le cose, contro le persone, in una sorta di bisogno di di­struzione […]. Si comincia a vedere l’ambiente come un oggetto di sfiducia, qualco­sa che mette in allarme, qualcosa di negativo”.

Aggiunge Vezzadini:

Di fronte ad una paura di tale intensità, le modalità di reazione del giovane possono essere di due tipi: di fuga o di aggressività. La prima è una modalità autoplastica, in cui cioè l’energia utilizzata a scopo difensivo viene rivolta verso l’Io stesso, quale forma di auto-punizione (si pensi alle forme di autolesionismo, alla bulimia ed alla anoressia, al suicidio). Ma un interesse maggiore riveste, ai fini di questa analisi, la risposta caratterizzata dell’aggressività quale modalità alloplasica, ossia rivolta verso l’esterno (Vezzadini, 2000).

L’ordinamento vigente individua nella criminalità minorile l’insieme dei fatti costituenti fattispecie di reato posti in essere da agenti la cui età varia in una fascia dai 14 ai 18 anni (Toniolo, 2008). Tale delimitazione è convenzio­ nale ed è frutto di una scelta del legislatore, sempre modificabile dallo stesso (recentemente si sono registrate numerose spinte ad abbassare la soglia della punibilità ai 12 anni). Pertanto, se minore è ogni individuo che non ha ancora compiuto i diciotto anni di età, minore imputabile, e cioè sottopunibile a pro­cedimento penale, è solo il soggetto infradiciottenne, ma che abbia già rag­giunto i 14 anni di età. L’ordinamento penale attuale ha preso in considera­zione il fenomeno della criminalità minorile e vi ha riservato un doppio trat­tamento differenziato: sia dal punto di vista sanzionatorio, sia dal punto di vista processuale. Il minore è punibile – quando commette un fatto di reato – solo se è constatata e provata concretamente la sua capacità di intendere e di volere, intesa come maturità, e  comunque la pena a lui comminata viene sempre scontata di un terzo. Inoltre il processo a cui viene sottoposto un mi­nore è regolato da una normativa speciale che rispecchia e applica principi importanti che potremmo sintetizzare nell’affermazione sancita dalla Carta Europea dei diritti del fanciullo al punto 8.23:

Ogni fanciullo ha diritto alla certezza giuridica; i fanciulli presunti autori di un reato hanno diritto di avvalersi di tutte le garanzie di un regolare processo, ivi compreso il diritto a godere di un’assistenza legale speciale e adeguata per la presentazione della difesa; nel caso in cui un fanciullo sia dichiarato colpevole di un reato, si eviterà di privarlo della libertà o detenerlo in una istituzione penitenziaria per adulti; egli sarà invece sottoposto a un trattamento adeguato, da parte di personale specializzato, in modo da essere rieducato e in seguito reinserito nella società. In Italia, le Regioni considerate a maggior rischio sono Puglia, Calabria; Sicilia e Campania. In particolare, in quest’ultima il costante progredire dei reati socialmente allarmanti commessi da minori, che partecipano alle orga­nizzazioni camorristiche, evidenzia i chiari propositi della camorra di sfrutta­re al meglio l’apporto minorile, anche approfittando della facile presa in un ambito, dove il tasso di disoccupazione giovanile (fra i 15 e i 24 anni) si ag­ gira intorno al 64,2%. In Puglia il fenomeno del coinvolgimento dei mino­renni nelle più svariate attività delinquenziali si ricollega all’alto tasso di di­soccupazione ed alla presenza di una criminalità organizzata particolarmente aggressiva, anche grazie alla presenza capillare di una subcultura della ma­fiosità che si va estendendo dagli adolescenti ai bambini e che viene assorbi­ta così bene, da essere assunta come modello di comportamento. In Italia, gli abbandoni scolastici, come concausa possibile del  disagio giovanile, sono ancora alti.

Bisognerebbe mettere loro al posto della vittima, dicono alcuni. Già, ma come? Pa­radossalmente, la realizzazione nel reale della vendetta pura, anche a scopo educati­vo, non potrebbe raggiungere il risultato sperato. La punizione, anzi, cancellerebbe la colpa, e sarebbe ricordata come unico evento significativo, dunque come aggres­sione. Del resto, secoli di tradizione punitiva non hanno prodotto significativi esiti educativi. Anche per questa ragione “in pochi decenni è scomparso il corpo suppli­ziato […]. È scomparso il corpo come principale bersaglio dell’azione penale”. E an­ cora: “La certezza di essere puniti: questo, e non più l’obbrobriosa rappresentazione (della tortura, della punizione fisica in uso fino al secolo XIX) deve tenere lontani dal delitto”. (Foucault, 1975)

Alla punzione subentra una sorta di “ortopedia morale”, dice Foucault, che  tenta di correggere, raddrizzare, guarire. Ciò nell’ambito del processo penale in genere, ma ben prima e più specificamente quando riguarda i mi­norenni. Nelle valutazioni di adolescenti coautori di aggressioni gravi, si co­mincia a intravedere il funzionamento del meccanismo di cambiamento pro­prio quando il gruppo si “mette al posto della vittima”; ma lo fa nell’area del simbolico, della parola.

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