Malessere evolutivo e bullismo

Secondo la definizione di Sharp e Smith:

Il bullismo è un tipo di azione che mira deliberamene a far del male o a danneggiare; spesso è persistente, talvolta dura per settimane, mesi, anni ed è difficile difendersi per coloro che ne sono vittime. (Sharp, Smith, 1995)

Alla base della maggior parte dei comportamenti sopraffattori c’è un abu­so di potere e un desiderio di intimidire e di dominare; Tre elementi caratte­rizzano questo fenomeno: intenzionalità, persistenza e disequilibrio.

L’inten­zionalità e la persistenza sono tipici di coloro i quali commettono l’azione, mentre il disequilibrio riguarda la situazione nella sua globalità: si connota come processo dinamico, in cui le posizioni di persecutori e vittime possono essere mutevoli nel tempo.

Il bullismo costituisce la parte emersa di un ben più grave malessere evolutivo, che impedisce al soggetto di crescere in modo equilibrato in un contesto sociale di regole, di valori. Sia il ruolo di bullo, che quello di vittima, implicano l’esistenza di difficoltà evolutive, che si in­seriscono in un quadro di disagio psicologico e disadattamento individuale e sociale.

Olweus, che fu il primo a parlare di bullismo, riconduce il problema delle prepotenze in ambito scolastico a una questione di democrazia. Ogni ragazzo ha il diritto di vivere bene la scuola, di sentirsi al sicuro tra le pareti scolastiche.

La scuola, invece, diventa per alcuni un luogo in cui vengono sperimentati vissuti di paura, accompagnati da una incombente sensazione di pericolo e incertezza, mentre per altri è una palestra in cui dare libera espres­sione a condotte aggressive, che rinforzano uno stile personale autoritario e violento.

Il bullo manifesta una richiesta di potere o strapotere, una celebra­zione dell’autodeterminazione. Egli decide su cosa sperimentare il suo pote­re, la sua forza, la sua sopraffazione, sceglie il come, il dove, il quando. Al bullo è mancata la sperimentazione delle emozioni.

Le emozioni non si inse­gnano, si sperimentano, e una volta accettata la legittimità delle emozioni, ci si chiede chi abbia mai avuto la possibilità di cercare di costruire delle occa­sioni di  riflessività pregnante, per intervento di qualcuno, che lo guidasse nella sua storia di vita. Al bullo adolescente è mancata un’educazione rela­zionale affettiva, in grado di fargli attivare il rispetto per l’altro da sé, del ri­conoscimento dei suoi doveri e dei diritti degli altri.

Il bullo vive la “presen­za”, si autodetermina nella violenza, nell’etero-distruttività, diviene simula­cro di una sub-cultura della disaffezione, del nichilismo, del pressappochi­smo, dei disvalori, dell’incapacità di riconoscere l’altro, di deresponsabiliz­zazione totale, di irriconoscenza nella dinamica dei nessi causali, incurante della gravità del gravissimo risultato, cui può giungere il suo agire persecu­torio.

Segnali tipici del bullismo:
-Esternazione reiterata di giudizi offensivi e atteggiamenti irriguardo­si ed espulsivi nei confronti di una vittima designata;
-Atteggiamenti di disistima e di critica aperti e teatrali;
-Provocazioni continue e sistematiche;
-Tentativi di sminuire il ruolo della vittima nel gruppo dei pari; pressioni per indurre la vittima all’isolamento e all’autoesclusione; -Continue imposizioni della propria volontà relativamente alle scelte che si rendono necessarie nel corso della convivenza scolastica;

-Azioni volte a sottrarre beni di proprietà del minore vittima.

Nell’ambito di Sanit 2008, nel corso del workshop “Bullismo, SOS strate­ gie preventive ed intervento sul territorio”, sono emersi i seguenti dati, sti­ mati su un campione di 3640 tra adolescenti e bambini. Il 55,4% degli episo­ di di bullismo hanno luogo nel centro Italia, mentre al Nord e al Sud preval­ gono per il 18,3% bar e luoghi di intrattenimento e la strada per il 42,1%. Il
35,6% degli atti di bullismo si manifestano attraverso le provocazioni e l’11,7% avvengono tramite dinamiche di esclusione dal gruppo.

Qualcuno ha chiamato il bullo “assassino d’anima”.

Il bullo, il prevarica­tore prepotente, vive uno spasmodico desiderio di intimidire e di dominare, utilizza violenza fisica, decide, insulta, minaccia, diffonde voci ignobili, of­fensive, atte ad escludere dal gruppo di aggregazione, a sottomettere, a sva­lutare l’identità della vittima.

L’aggressività del bullo è rivolta verso i com­pagni, ma solitamente anche verso genitori e insegnanti.

L’impulsività senza freni è un tratto distintivo del suo carattere, vanta una vera o spesso presunta superiorità, ma tolleranza zero verso la  frustrazione.

Il modello comporta­mentale che connota il bullo è quello reattivo-aggressivo, prevaricatore nei confronti degli altri associato ad un’illusoria buona considerazione di se stes­so. Il bullo spesso si circonda di gregari passivi che gli riconoscono il potere di dominio e di comando.

Il bullo è egocentrico, si illude di essere invulnera­bile. Il suo pensiero logico-deduttivo si interfaccia con un forte gradiente di egocentrismo emotivo. Vuol sentirsi al centro del mondo in quanto spesso è consapevole di esserne ai margini. Si concentra acutamente su di sé e vuol imporsi al centro dell’attenzione degli altri, che gli devono riconoscere pote­re e leadership. Nei suoi desideri c’è un pubblico immaginario, sedotto ed affascinato dalle sue vicende. Bypassa ogni limite, poiché, se li avverte, li ritiene soffocanti. Sensazione di dominio, di prevaricazione, di eccitazione, di soddisfazione di sé, di rabbia contro il diverso da sé, di forte alimentazione narcisistica.

Il diritto fondamentale di ogni ragazzo, nella scuola e, più in generale, è quello di sentirsi sicuro e non essere offeso e umiliato” (Olweus,1996).

Olweus ribadiva questa convinzione, a seguito di ricerche sistemati­ che svolte alla fine degli anni sessanta in Norvegia, prendendo in considera­zione il  target di alunni di scuola elementare e media. La definizione che l’autore norvegese dà del fenomeno di bullismo è la seguente:

Uno studente è oggetto di azioni di bullismo, ovvero è prevaricato e vittimizzato, quando viene esposto ripetutamente nel corso del tempo alle azioni offensive messe in atto da parte di uno o più compagni. (Olweus, 1996)

Nel 1972 Heineman iniziò gli studi sulla dinamica della banda, o branco, definendone le modalità aggressive e l’influenza dei vari componenti. Di particolare rilievo è la sottolineatura di Heineman, circa l’attivazione di  mo­delli di violenza più o meno gravi, laddove nel gruppo esiste qualche indivi­duo, che  dimostra mancato attaccamento alle regole che vengono a porsi come centro pulsante del gruppo.

Questa carenza di volontà adattiva trova ri­ferimento negli studi etologici di Konrad Lorenz, ragione per cui Heineman assolutizzava che in seguito alla pervasività non accolta in tutti i membri del gruppo, si genera il “tutti contro uno”. Ma il gruppo non è sempre un’entità omogenea, il prevaricare ha una tipologia comportamentale che può essere autonomia nei componenti del gruppo, e non sempre influenzabile dalle di­namiche di gruppo, pur riconoscendo loro un ruolo di “facilitatore di comportamento”.

Negli anni settanta la definizione di bulling include sia il modo di agire gruppale che quello singolo. È al centro di studi psico-pedagogici il “contagio sociale”, ovvero il ricalco di modelli di aggressività del gruppo sul singolo, pur accettando la presenza di bulli passivi e gregari, nel cerchio so­ciale delimitato appunto dal gruppo. Una dinamica psicologica da sottolinea­re, è relativa alla diminuzione, all’indebolimento e all’inibizione del senso di responsabilità individuali. Da qui l’attivazione di comportamenti  negativi, che magari non sarebbero attuati senza l’alone protettivo del gruppo.

Seguono schemi delle analisi:

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